William Blake si può considerare come colui che dimise completamente il Neoclassicismo dalla cultura inglese del proprio secolo.
Il titolo di questo saggio è tratto da quella che resta probabilmente la poesia più famosa di Blake: The Tyger, inserita nella raccolta Songs of experience; lo stesso titolo è stato assegnato alla raccolta di saggi dedicati all’eclettico inglese da Northrop Frye (cfr. N. Frye, 1969), che rimane il suo più appassionato studioso.
Non ci interessa analizzare qui l’arte pittorica e le incisioni dell’artista, anche se alcuni rimandi saranno inevitabili, non fosse per il fatto che egli usava illustrare le proprie opere; né ci interessa dare spazio a quella critica psicologica che si è particolarmente accanita su Blake (pare, secondo alcuni, che egli abbia iniziato ad avere visioni alla tenera età di quattro anni), giungendo a considerare nella sua figura «uno dei più probabili esempi di artisti psicotici» (E. Kris, 1967: 89).
Ciò che maggiormente ci interessa è analizzare l’opera letteraria dell’artista dal punto di vista teologico e filosofico, poiché, checché se ne dica, essa rimane prima di tutto un’opera di religiosità preponderante, nonché un tentativo – del tipo, a nostro avviso, di quello che perpetuano tutti i veri filantropi – di salvare la contemporaneità dall’assopimento nei dogmi e nelle mode imperanti; e la moda imperante del secolo in Inghilterra aveva un nome in particolare: Joshua Reynolds, sodale fra gli altri di Edmund Burke.
Continua: DOWNLOAD IN PDF (1.5M)
commenta su Facebook


Ritratto di William Blake a opera di T. Phillips (1807).