Stephenie Meyer,
New Moon – Fazi Editore
recensione a cura di Francesca Barbalace
Con New Moon (Fazi Editore, pp. 446, € 19) siamo al secondo capitolo della saga della scrittrice americana Stephenie Meyer, che stando alla vulgata avrebbe diffuso tra i giovani di oggi il mito del vampiro.
Leggendo il seguito di Twilight, però, ci si pone ben presto un quesito dal sapore paradossale: dove sono finiti i vampiri?
Non si tratta solo di mettere in dubbio la coerenza del libro con il mito del vampirismo, ma anche di rilevare come nel corso di quasi tutto il romanzo i vampiri siano presenti solo nei ricordi di Bella, la protagonista umana.
L’affascinante vampiro Edward è ridotto a una voce che, di tanto in tanto, si insinua nei pensieri della ragazza. Infatti, dopo una disastrosa festa di compleanno, in cui Bella rischia di diventare cibo per gli immortali, il bel vampiro Edward rompe la sua relazione con la goffa amante mortale – che rischia di commettere simili «sciocchezze» – e abbandona la cittadina di Forks con tutta la sua famiglia di vampiri belli, buoni e «speciali» (non bevono, infatti, sangue umano, e cercano di proteggere e aiutare gli esseri mortali). Tra paranoie, insensatezze e pose da eroina tragica, il tratteggio del personaggio di Bella segue i suoi tentativi di superare il dolore dell’abbandono e di ritrovare un contatto con Edward.
"Stephenie Meyer pare intraprendere un’atmosfera da romanzo gotico: cupa, opprimente e carica di tensione. Tuttavia, l’autrice abbandona sbrigativamente questa strada, probabilmente del tutto inattesa dal lettore, per riprendere quella ormai familiare del romanzo d’amore....
Su questo sfondo di grigia tristezza e di giornate (e pagine) sempre uguali, la Meyer fa comparire nuove creature leggendarie, i naturali avversari dei vampiri: i licantropi, incarnati da cinque ragazzotti della riserva indiana vicina a Forks. Anche i licantropi, però, proprio come i vampiri, sono stravolti dalla Meyer, e ridotti a figure che, nelle sue mani, non hanno più nulla della loro aura mitologica.
Sebbene acerrimi nemici dei vampiri, i licantropi della Meyer presentano le loro stesse caratteristiche per così dire ideologiche. Nel descriverli, l’autrice recupera tutte le soluzioni che aveva già utilizzato per i vampiri: l’apparente ordinari età della vita, l’ideale della «famiglia», l’istinto protettivo nei confronti di Bella e, soprattutto, la bontà e la moralità. Anche i licantropi della Meyer uccidono solo dopo essersi accertati che le loro vittime vampiriche abbiano intenzioni malvagie. Dal canto loro, i Cullen continuano a risparmiare gli esseri umani e a tal fine reprimono la propria naturale inclinazione di spietati assassini, andando alla ricerca di una redenzione. I Cullen, infatti, amano Dio, confermando il reiterato trionfo dei buoni sentimenti e della morale di abnegazione cristiana dei romanzi della Meyer.
I vampiri compaiono stabilmente sulla scena solo negli ultimi capitoli del libro, e i Cullen, i «vampiri buoni», non sono soli. Insieme a loro, infatti, ci sono anche i crudeli vampiri della famiglia dei Volturi, gli unici esseri immortali dipinti dalla Meyer in cui paiono riecheggiare – seppure alla lontana e in maniera stereotipata – i tratti di grandezza e potenza dei vampiri più celebri della storia della letteratura.
Ai potenti Volturi, signori di Volterra e «famiglia reale» dei vampiri, ci conduce Edward, novello Romeo, presso di loro perché ostinato a morire, incapace di vivere senza l’amata Bella, creduta morta. Così, fra oscure cripte, torrette medievali e sinistri vampiri vestiti di nero, Stephenie Meyer pare intraprendere un’atmosfera da romanzo gotico: cupa, opprimente e carica di tensione. Tuttavia, l’autrice abbandona sbrigativamente questa strada, probabilmente del tutto inattesa dal lettore, per riprendere quella ormai familiare del romanzo d’amore. Edward, il vampiro-adolescente innamorato dal bagaglio di frasi precotte, romantiche e stucchevoli, ritrova Bella e le dichiara il suo amore eterno. Le spiega, com’è chiaro, quell’abbandono dettato solo dal tentativo di proteggere l’amata dai rischi connessi alla sua natura di vampiro.
Tra queste figure pseudo fiabesche la protagonista femminile e narratrice appare un personaggio oscillante tra l’insulso e il superficiale o al massimo, ponendosi al livello della narrazione, irresponsabile. Sebbene sia nuovamente e inspiegabilmente in pericolo, Bella è concentrata solo sulla sua sofferenza amorosa e pronta a gesti estremi pur di ritrovare un contatto con l’amore perduto.
"I vampiri e i licantropi sono solo strumenti di rivestimento che, edulcorati e svuotati della loro carica eversiva, servono a dare un sapore fresco e commerciabile a un romanzo d’amore banale"
Ancora una volta l’amore si rivela rifugio per la scrittrice che – tra licantropi, vampiri e riferimenti alla tragedia shakespeariana Romeo e Giulietta – trasmette disagio, e non pare in grado di gestire adeguatamente l’ampia materia. Tutto quanto è riadattato e rimasticato per essere funzionale alla rappresentazione della storia d’amore perfetta e esemplare di Bella ed Edward.
I vampiri e i licantropi sono solo strumenti di rivestimento che, edulcorati e svuotati della loro carica eversiva, servono a dare un sapore fresco e commerciabile a un romanzo d’amore banale. Tra baci, tenerezze, melense dichiarazioni d’amore e un’improbabile proposta di matrimonio, il lettore è condotto a un nuovo e prevedibile lieto fine, in attesa delle «tragedie» che inevitabilmente attendono la coppietta al varco del terzo libro della saga.
È completamente inutile ricercare in queste figure il mito di quelle creature leggendarie di cui vestono i panni. Sono solo ragazzi e ragazze come i lettori e le lettrici del libro, ed è forse per questo piacciono tanto; lasciando il dubbio se il loro potenziale effetto «di traino» verso opere più meritorie attraverso il tema dei vampiri possa davvero tradursi in un beneficio.
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