Dozzine, forse centinaia di zombie e altri non-morti hanno sfilato ieri nel sabato sera di una Bologna colta inerme per le strade, sugli autobus, nei locali e negli esercizi pubblici.
L’attacco, tanto improvviso quanto inaspettato, proviene da quella zona del crepuscolo in cui proliferano gli effetti speciali amatoriali e il bricolage della mostruosità fatta in casa, e in cui la nausea per la normalità spinge all’amore per il mostro.

Più o meno emaciati, ciondolanti, ammaccati, sanguinolenti, scorticati, decomposti e claudicanti, gli zombie e le altre creature della notte partono dai giardini e si dirigono verso il centro, affollati per le strade tra le macchine, accalcati intorno agli autobus, assembrati come una piaga massiva negli ingressi degli hotel e delle librerie ancora aperte.
Le protesi dentarie dei demoni ematofagi, le fasce e le garze della corruzione corporale, i vestiti che tornano stracci, il verde e i pallori cadaverici, la carne conflitta con la plastica o trascinata in bistecche per le strade, il sangue versato a capsule: tutto esorcizza la morte, l’orrore e la rottura di quella sottile guaina percettiva che protegge la presunta normalità dal beneficio del dubbio, e la costringe ad affacciarsi sul baratro del caos.
Chi sono i non-morti? In un tripudio carnascialesco in differita temporale, in un replica di Halloween inaspettata e senza una prima, la parata degli zombie (pochissimi i vampiri, ma buoni osservatori) è troppo impegnata a vivere la sua mostruosità per perdere tempo a ragionare sul proprio significato. C’è da marciare, zoppicare, intimorire, urlare, lamentarsi, posare.
Quando il giro è finito e la serata è bevuta, i mostri lasciano inoffensivamente il passo ai netturbini, ai vigilanti, ai mezzi notturni. Quando però nelle case la gomma viene scollata e il trucco lavato via, e quando i denti aguzzi tornano come dei monili nella loro custodia, del mostro resta pur sempre l’ombra.
Perché facciamo festa? Orfani di un carnevale castrato dai non-vivi e dalle loro palme, immemori di feste dei morti che quelli esorcizzano come perfidi immigrati, abbiamo smembrato in tranci la vecchia catastrofe annuale, e la serviamo e trangugiamo rimasticata ogni fine settimana, prima di tornare al meccanismo e indossare la maschera della normalità.

È banale ribadirlo, ma sarebbe comunque criminale ometterlo: lo zombie è la condanna visibile di una vita cerebrale solo apparente, quella che indossiamo senza pensarci indossando i nostri vestiti, le nostre apparenze, i nostri linguaggi condivisi, senza che quelli lascino scampo a ogni ripensamento, a ogni idiosincrasia, a ogni eccentricità.
Perché marciamo senza una ragione? Probabilmente l’unica strada percorribile dalla festa, in una società che tutto prevede, che tutto registra, è quella della festa virale, inaspettata, fuori dal palinsesto. Perché lo zombie è la reazione allergica a un totalitarismo sostanziale, imbellettato con illusioni di libertà, dominato da furbi e imbecilli che non si sognerebbero di avere una maschera fuori luogo.
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